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Il predatore lento ma potente vissuto un milione e mezzo di anni fa sul monte Argentario
Ecco com'era il ghepardo gigante


La ricostruzione del muso del ghepardo gigante vissuto sull'Argentario un milione e mezzo di anni fa (foto uniroma1.it)



29.05.18 - Non era veloce come il moderno ghepardo però pesava come un leone ed era potente come una pantera. Sono le peculiarità del ghepardo preistorico vissuto un milione e mezzo di anni fa, emerse dall'analisi del frammento di cranio rinvenuto nella prima metà del secolo scorso alle pendici del monte Argentario. Analisi effettuate con un acceleratore di particelle all’European synchrotron radiation facility (ESFR) di Grenoble (Francia), e condotte dall'università Sapienza di Roma in collaborazione con università di Perugia e università di Verona. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Scientific Reports.

Il frammento di cranio era inglobato in una dura matrice rocciosa e per decenni è stato un enigma per gli studiosi. Classificato come leopardo a metà degli anni ’50 e successivamente come giaguaro eurasiatico pleistocenico nel primo decennio degli anni 2000, solo di recente - quando il fossile è divenuto disponibile per studi scientifici- è stata identificata la vera natura. Il cranio è quello di un Acinonyx pardinensis, meglio conosciuto come ghepardo gigante, l’antenato dell’attuale felino.

La dentatura e parte del muso sono simili a quelle degli attuali ghepardi, i velocisti della savana africana, mentre altre caratteristiche del cranio avvicinano questo fossile alle pantere. Un mosaico di caratteri quindi che consente di ridefinire l’evoluzione dei ghepardi e apre interessanti interrogativi su quale ruolo ecologico un simile predatore abbia avuto negli ecosistemi europei dell’inizio del Pleistocene. I dati emersi dalle analisi infatti ci raccontano che era meno agile del ghepardo attuale, ma potente come una pantera e con il peso di un leone.

Per giungere a questo importante risultato il team di ricerca internazionale ha effettuato una scansione del reperto alla luce di sincrotrone, la radiazione elettromagnetica generata dall’acceleratore circolare ESRF di Grenoble a una velocità vicina a quella della luce. Ciò ha permesso agli studiosi di “entrare” all’interno del reperto stesso e di ottenere files che, attraverso l’elaborazione di potenti computer, hanno prodotto un modello estremamente dettagliato del fossile, pronto per essere restaurato virtualmente e "stampato" in 3D.

Vedi
https://www.nature.com/articles/s41598-018-26698-6 
 


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